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Matite di Vinile

 
 
Delpiant della mostra
 

Presentazione

Con la mostra “Matite di Vinile” la Sala Santa Rita conferma la peculiarità della sua programmazione, sempre attenta alle forme d’arte più innovative e alle sollecitazioni più interessanti offerte dalla cultura contemporanea.

La vasta collezione di copertine di vinili qui esposta grazie alla collaborazione dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi, che ringrazio, è un originale spunto di riflessione sul rapporto e le affinità tra musica e arti figurative ma anche sull’importanza del fumetto e dell’illustrazione, forme artistiche spesso immotivatamente sottovalutate.

È interessante scoprire come, in una sorta di ritorno a quella forma di comunicazione che era stata propria del linguaggio pubblicitario del tardo Ottocento, l’industria discografica abbia intelligentemente recuperato, tra gli anni ’60 e ’80, il linguaggio visivo dell’illustrazione, aggiornandolo però alle istanze artistiche dell’epoca, al fumetto d’autore, dunque, alla grafica tout-court e alle illustrazioni, via via sempre più smaliziate e complesse.

Una piacevole sorpresa è rappresentata dalla scoperta di quanto sia stata vasta, nel corso degli anni, la produzione di copertine di vinili realizzate da artisti italiani.

Questa mostra è, dunque, anche un modo per porre l’accento sulle eccellenze di alcune forme espressive e sull’attività dedicata ad esse da artisti conosciuti per altre produzioni artistiche. Scorrendo le immagini, infatti, ci si accorge di quanto il linguaggio visivo dell’attualità si sia sviluppato a partire da opere di questo genere. In questo percorso, la commistione tra forme espressive cosiddette “minori” e la grande industria culturale ha dato origine a piccoli capolavori, entrati nelle case di tutti senza clamore.

Umberto Croppi
Assessore alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma


Introduzione

È ormai riconosciuto il valore del disco come bene culturale, oggetto di tutela e di valorizzazione, di studio e di ricerca, al pari del libro e del film, oltre che come elemento tra i più emblematici della cultura industriale del XX secolo.
Dopo le pionieristiche esperienze fonografiche tra la fine dell’800 e il primo decennio del ‘900, espressioni tipiche della cultura della macchina, la successiva produzione del disco fu il risultato dell’interazione di conoscenze tecnico-scientifiche  e di attenzioni estetiche, sia nella confezione dei supporti (etichette, contenitori) sia nella progettazione delle macchine per la riproduzione del suono. Il cilindro, prima, i dischi, dopo, ma anche i nastri e i successivi supporti fino ai CD, rinviano ad una  interrelazione di funzioni e di competenze.
In questo senso la storia del disco si connette a quella della tecnologia applicata (le macchine per l’incisione e la riproduzione del suono), della scienza (soprattutto chimica e fisica), dell’economia (internazionalizzazione della produzione e del commercio), della sociologia e del costume, fino a quella dell’arte e del design che, dapprima in sordina, entrano poi a pieno titolo nella catena per la confezione del prodotto disco.
Fino agli anni ’50, per i 78 giri, la copertina era costituita , nella maggioranza dei casi, da una semplice busta di carta , realizzata in modo seriale,  talvolta ben decorata (La Voce del Padrone, Columbia, Cetra) per evidenziare la marca, le tecniche e non  le note di contenuto, che venivano demandate, all’interno, all’etichetta applicata sul disco. Con l’avvento del 33 giri, confluiscono nella copertina non solo gli elementi descrittivi del disco (autore, interprete, casa discografica, codici identificativi, note, presentazioni) ma soprattutto le elaborazioni  artistiche e grafiche volte  a connotare, e talvolta ad esaltare a fini commerciali, le peculiari caratteristiche proprie di ogni singola produzione e/o degli artisti coinvolti.
A partire dagli anni ’60, il disco (a 33 e a 45 giri) diventa non solo un prodotto di ampio consumo e oggetto di forti  interessi economici, ma anche un’ emblema dei radicali mutamenti sociali in atto soprattutto nelle giovani generazioni. L’importanza del disco come veicolo di musica (classica, jazz, pop, rock)  e di cultura cresce in modo esponenziale in Italia, come in Europa e in America. Parallelamente si rafforza l’attenzione dei produttori per l’immagine delle copertine dei singoli prodotti, sempre più spesso affidate alla sensibilità di artisti, illustratori, fotografi, che da semplici contenitori le trasformano in elementi di pregio, via via più complesse ed elaborate, fino a presentarsi talvolta come  ricercate pubblicazioni, con pagine o fogli sciolti, in qualche caso quasi come multipli a più facciate.
La mostra “Matite di Vinile”, promossa dall’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, intende porre all’attenzione del pubblico un momento significativo del connubio tra arte e produzione discografica, documentando le realizzazioni di copertine in Italia dagli anni ‘60  in poi, allorché l’opera di importanti disegnatori, illustratori ed artisti segna un salto di qualità nella discografia italiana, passando dalle grafiche semplici ed elementari dei dischi dei festival di Napoli o di Sanremo degli anni ‘50 allo stile raffinato di Guido Crepax o a quello innovativo di Mario Convertino.
La mostra conferma la volontà dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi (ex Discoteca di Stato) di coniugare l’impegno per la documentazione della storia della produzione discografica italiana con la tutela, la valorizzazione e la ricerca della produzione contemporanea, in un momento di profondi mutamenti dovuti alle tecnologie digitali e al web.
A fronte dell’iniziativa, desidero esprimere il mio sentito ringraziamento  all’Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Roma, dott. Umberto Croppi, per la sua sensibilità e l’attenzione alle tematiche del patrimonio audiovisivo  e a quanti hanno condiviso l’impegno organizzativo e realizzativo della mostra, in particolare al dott. Andrea Zara, direttore del Dipartimento IV° del Comune di Roma, a tutto lo staff degli spazi culturali dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, e a Luciano Ceri  e Roberto Catelli che hanno curato la mostra per l’Istituto.

Massimo Pistacchi
Direttore dell’Istituto Centrale per i beni sonori ed audiovisivi



Una mostra disco-grafica

Quando mi sono comparse davanti tutte insieme queste meravigliose copertine di 45 e 33 giri (che chiamavamo per scherzo elpè) o, in misura minore, di cd, è come se fosse riemersa dal nulla, improvvisamente, un’epoca, un’atmosfera particolare e straordinaria.
Dato che mi sono occupata di dischi e canzoni dal 1960 fino al 1985, e avendo vissuto e lavorato a Milano nell’ambito delle Messaggerie Musicali dal 1960 al 1965 e per altri 20 anni circa alla RCA di Roma con compiti promozionali a tutto campo – tra i quali spesso l’organizzazione di una copertina – potete capire come mi sia stato delizioso l’impatto.
A Milano, negli anni Sessanta, mi sembrava che il mondo, e non solo quello della musica, andasse a 1000 all’ora.
Ed io capitai comunque nei luoghi dove il fermento creativo, che era poi quello della canzone, stava prendendo (e prese) il largo.
I media, dagli anni ’60 ai ’70 e oltre, non capirono subito quanto ormai la canzone fosse diventata importante; fu per lo più considerata un fenomeno popolare, commerciale, “di costume”, ma non apprezzabile come espressione culturale.
La “gente”, però, i giovani, e un certo tipo di artisti, come i disegnatori e gli illustratori, tra i quali molti erano o sarebbero diventati disegnatori di fumetti, quelli, sì, l’avevano capito, eccome! Perché mentre la copertina del 78 giri aveva un “buco” in mezzo dove si evidenziava solo il marchio della casa discografica, con la nascita del 45 giri e degli LP, l’immagine del disco cambiò.
E considerando le cifre di diffusione (sia a 45 o a 33 giri) voleva dire che la copertina come “opera grafica” aveva una distribuzione visiva impensabile prima. Si aprivano quindi altri spazi che sollecitarono nuove forme, nuovi segni e disegni…
E a seguire del fermento “autorale” ed editoriale, ne nacque quindi uno pittorico, visivo. Questo anche per i rapporti frequenti tra gli art director, i produttori o i direttori artistici delle case discografiche e i nomi che si stavano apprezzando nel mondo del disegno, della grafica, del fumetto, insomma un esercito di geniali illustratori.
Con loro (e ovviamente con i fotografi, o anche con semplici grafici) il mondo del disco si arricchì quindi di infinite “integrazioni” visive, complementari a quelle musicali.
Insomma era nato un “paese creativo interdisciplinare”.
Naturalmente i “grandi” sono stati un prestito di lusso per molte copertine. Bruno Bozzetto, ad esempio, è autore di fumetti, ma anche regista, sceneggiatore e, nel mondo del cinema di animazione, antesignano con corti e lungometraggi (celebre fra questi West and soda), sigle televisive animate, ecc. Nel 1991 fu addirittura candidato all’Oscar nella sezione “Cortometraggi animati”. Non si ritrasse però al fascino stralunato del primo Jannacci nella copertina del 45 giri Il cane con i capelli e molti anni dopo (nel 1977) disegnò, sempre per lui, quella del long-playing dal titolo Secondo te… che gusto c’è, pubblicato dall’ “Ultima spiaggia” (prodotto da Nanni Ricordi e distribuito dalla RCA) e che era uguale alla copertina del 45 giri Saxophone. Il disegno più strepitoso era sul retro (in ambedue le copertine): una piccola folla di personaggi disincantati, un’umanità colorata e triste, come molti protagonisti delle canzoni di Enzo (da L’Armando a Andava a Rogoredo).

Certo uno dei più prolifici disegnatori nel mondo della musica e non, proprio a partire dagli “early Sixties” e anche prima, è stato Guido Crepax, noto da subito negli ambienti pubblicitari, illustratore e grafico fin da quando era ancora studente di architettura. Si fece notare prima per un manifesto pubblicitario della Shell con un disegno di una bellissima automobile e subito si mise a illustrare musica, copertine di jazz e spartiti musicali, fra i quali quello di Nel blu dipinto di blu. Fino a che una diva del muto gli ispirò il personaggio e il fumetto della famosa Valentina, ormai nota in molti paesi del mondo, dalla Francia al Giappone (nacque ufficialmente nel 1965 sulla rivista «Linus»).
Questa rivista di fumetti vide la luce nell’aprile del 1965 sotto la direzione di Giovanni Gandini (persona molto simpatica e civile che conobbi a Milano) fino al 1972 e poi sotto quella di Oreste Del Buono; e con le riviste “cugine” «Alter Linus» e «Alter Alter» ospitò i disegnatori più importanti di fumetti, e non solo italiani. Da Hugo Pratt ad Andrea Pazienza, da Guido Crepax a Milo Manara, da Altan a Claire Brétecher e a molti altri.
Ma perché Crepax chiamò il suo personaggio – che era il più nuovo fumetto sensuale, insomma l’erotismo a “strisce”… – Valentina? Si sono fatte varie ipotesi, ma una è verosimile. Quando Guido aveva diciassette anni suo fratello Franco Crepax era già sposato e insieme alla moglie vivevano con lui e con i nonni, tutti nella stessa casa. A quei tempi i soldi non erano tanti… Nacque in quella casa, nel 1952, la piccola Valentina, la prima figlia di Franco. Forse questo intenerì il giovane Guido, e probabilmente per quel ricordo, chissà, chiamò il suo personaggio come la nipote. Per una curiosità del destino Franco Crepax divenne per 25 anni prima Direttore artistico della casa discografica CGD a Milano (dal 1961) e poi suo Amministratore delegato. Per la CGD Guido Crepax fece svariate copertine di dischi. Ma mai scelte o ordinate dal fratello che, per sua stessa ammissione, non si occupava del settore. Assai “valentinesca” è quella del 45 giri dei Camaleonti Come sei bella. Per la CGD Crepax disegnò anche la copertina del long-playing di Dorelli, We like Johnny, quella di Per una donna di Massimo Ranieri, e la copertina di Io e Mara (di Alberto Baldan Bembo), dove riprende l’immagine di una ragazza sdraiata e con un atteggiamento sensuale ma anche innocente. Sesso candido o trasgressiva incoscienza? Fra le sue copertine più celebri ci fu Nuda, del gruppo rock Garybaldi.

Uno dei nomi più geniali, nella fantastica “processione dei creatori di immagini”, è stato Andrea Pazienza, da tutti amato e rimpianto. Studia in un liceo artistico di Pescara dove conosce Tanino Liberatore, con il quale collaborerà in futuro, e poi al Dams a Bologna. È attivo fin da giovanissimo; come pubblicitario, grafico, scenografo, autore di fumetti (su «Alter Alter» esce nel 1977 Le straordinarie avventure di Pentotal) e nel 1980 fonda con Tanino Liberatore, Vincenzo Sparagna e gli amici della precedente rivista «Cannibale», il periodico «Frigidaire». Lì nasce il suo famoso personaggio, il cattivo (ma non solo) Zanardi. Andrea Pazienza è tra l’altro autore di video-clip e di manifesti cinematografici, tra i quali quello, famoso, de La città delle donne di Fellini. Viene chiamato dal produttore discografico di Roberto Vecchioni, Michelangelo Romano, che per primo lo farà “debuttare” come disegnatore di copertine. Nascono così le immagini travolgenti e inusuali dei long-playing di Vecchioni. C’è un aneddoto curioso: Michelangelo fece fare di Montecristo una copertina apribile in tre parti, che ricordava un po’ la faccia e soprattutto gli occhi della figura femminile de La città delle donne e che si “distendeva” in orizzontale sui tre lati della copertina. Nei capelli si incastonavano pezzi di città, strade, automobili. Dato che il disegno della copertina è datato lo stesso anno (1980) del manifesto, non sappiamo quale dei due sia stato pensato e disegnato prima, ispirando l’altro. Fu un progetto molto costoso e alla CGD protestarono un po’…

Vincenzo Mollica, che da moltissimi anni si occupa con grande competenza al TG1 delle cose che gli piacciono – cioè cinema, musica e fumetti – sostiene (in Gesù, san Francesco, Totò: la nebulosa della comunicazione di Lucio Dalla, Edizioni Franco Angeli) che nel cinema c’è stata da sempre una divisione tra film di serie A e B, mentre nella musica e nei fumetti le produzioni per un lungo periodo, si omologavano. E che invece, col tempo, anche nella musica (soprattutto dopo l’avvento dei cantautori) ci fu un crinale divisorio, fra opere d’arte e produzione in serie. Del resto Pasolini, antesignano, giudicava le canzoni “versi di canzoni”. Così nei fumetti. Mollica, che ha conosciuto e ha visto all’opera Pratt, Pazienza e Manara, li ritiene degli artisti con la A maiuscola, e le loro opere “fumetti d’autore”. Del resto Pratt li definiva con ragione ”letteratura disegnata”. Tra l’altro Andrea Pazienza non inventò forse per la Disney un personaggio regolarmente depositato col nome di Vincenzo Paperica?

Mentre lavoravo alla RCA, il responsabile del settore grafico era Francesco Logoluso (dal 1963 al 1988), e io mi rivolgevo sempre a lui per la creazione delle copertine. Insieme ai produttori, agli autori, ai cantanti stessi, disegnavamo – si fa per dire – un’idea e, come dice lui, gli procuravamo sempre un sacco di problemi; ma senza tensioni, perché lui capiva dove tendevamo o si sforzava di intuirlo. Quel Tanino Liberatore, amico di Pazienza, di cui parlavo prima, chiamato da lui fece per la RCA le bellissime copertine di Ivan Graziani Agnese dolce Agnese e I Lupi .
Nel 1978 mi occupavo di Gianni Morandi e dovevamo incidere con lui delle canzoni nuove, e anche di corsa, per una trasmissione televisiva pomeridiana che si chiamava “10 Hertz”. Noi in quel momento particolare un repertorio nuovo non lo avevamo, e così si decise di incidere pezzi di grande successo, tra i quali mi ricordo Canzone per te e Cuore matto. Il disco si chiamava Old Parade – è qui in mostra – e la copertina era ancora di Tanino Liberatore.
Mi ricordo anche i problemi per quelle di Paolo Conte, perché dopo le prime due disegnate da lui, – qui esposte – io che mi occupavo della sua promozione e che trovavo così affascinante la sua faccia, la volevo assolutamente in copertina. Ma non ci fu verso. Lui chiedeva piuttosto la foto di una pelle di coccodrillo, insomma fu una lotta dura e facemmo poi le copertine dell’ultima ora… Non un gran che. Anche se le canzoni erano bellissime. Anni dopo, devo dire che Hugo Pratt gli fece un ritratto sublime per Parole d’amore scritte a macchina. Usò almeno la sua faccia…

Alla RCA per me Gordon Faggetter era il batterista dei Cyan Three che seguiva dovunque Patty Pravo – con la quale ho lavorato per lungo tempo – e quindi mi stupii piacevolmente quando mi accorsi che era anche un illustratore. Fece una copertina proprio per un disco di Patty Pravo, ma diventò più noto quando dal capo della RCA, l’amministratore delegato Ennio Melis, gli fu commissionato il disegno per l’album Francesco De Gregori (con un tema preciso e simbolico). Lui lo eseguì, realizzando una bellissima pecora e per tutti fu la copertina della “pecora”. Nessuno in quel momento capì il perché del disegno. Ma era proprio quello che Melis in persona voleva da lui. Nello stesso periodo «Sorrisi e Canzoni» fece un’inchiesta sulle copertine dei dischi e domandarono a Francesco Logoluso “perché una pecora”. Lui rispose che in realtà era un agnello sacrificale e un simbolo di innocenza. Tutti seguitarono a chiamarlo il “disco della pecora”, ma ebbe un solido successo e De Gregori ricevette in regalo il disegno originale da Melis. Francesco Logoluso ha anche disegnato la copertina di Ciao, amore ciao di Luigi Tenco, ora esposta al Museo Tenco di Ricaldone. Un’altra copertina di Faggetter (anzi, il retro della copertina) fu per il Q disc (4 canzoni) Londra di Gaio Chiocchio. Gaio era un autore straordinario: suoi molti testi per Amedeo Minghi, fra i quali 1950, e anche per Cocciante, con La nostra lingua italiana, una canzone che andrebbe cantata nei licei. I Q disc si facevano per gli autori nuovi, validi, ma le cui vendite erano ancora incerte…

Quando ho incontrato Davide Riondino, che è stato l’ultimo cantante del quale mi sono occupata (e per troppo poco tempo), mi piacque moltissimo una sua canzone dal titolo Ci ho un rapporto. Ha avuto sempre canzoni dense di parole… Mi parlava molto della sua amicizia con Milo Manara e di quanto fosse geniale. Infatti pochi anni dopo uscì un disco, Tango dei Miracoli, fatto insieme a lui e per lui, con una copertina travolgente e simbolica: la Morte cerca di abbracciare una bellissima ragazza che ha una coda da diavolo… e sullo sfondo l’ombra di un cavaliere sul suo cavallo, lancia in resta. In un testo che accompagna il libretto interno,  Il titolo, le copertine e  una magia, alcuni versi dicono:

Cavaliere Morte e Diavolo, in copertina, sull’orma
di Durer (che ci perdoni) ti accompagnino per la via;
ti sia compagna la figura di quella Melanconia
con la Luna, in questo bel viaggio da dove non si ritorna.

E in Perché Manara una sua calzante immagine:

... ecco tra i maestri dell’arti figurative
Manara: mi piace quella Linea che si prova
nel mondo, è una Disciplina: e si perde e si ritrova
nel ritmo erotico di mille possibili prospettive

mi piace che in figure umane l’ispirazione trova
questa misura, nel caos del materiale più tetro
come fuoco che fa della sabbia vetro
in corpi desiderosi trasparenze rinnova.

Di Manara è anche una delle più belle copertine della mostra, quella di La grande avventura, un disco pubblicato dalla Virgin di Riccardo Cocciante, che per molti anni ho frequentato in RCA, e quella del cd (riepilogativo di una carriera, di una vita e delle sue canzoni) di Lucio Dalla, 12000 lune. In questa copertina, che si snoda a tre ante, c’è lo sfondo leggendario di San Petronio e quindi di Piazza Maggiore a Bologna e in primo piano Dalla (anche con lui ho lavorato diversi anni) è alla guida di un’ipotetica nave. Ho trovato in un certo senso complementari ai disegni le parole toccanti della sua introduzione: «Ho cambiato tante case fino ad oggi, ma non ce n’è mai stata una che non avesse una finestra, uno straccio di cielo qualunque che si affacciasse sui tetti della città dove ho abitato e da dove ascoltavo controllavo, cercavo, i battiti del vostro cuore, i vostri respiri, le vostre bestemmie, i rumori dei vostri sogni, i misteriosi piccoli delitti quotidiani e le miracolose nascite che tutti i giorni Dio ci manda e che avvengono sotto i cieli di tutti i paesi e delle città nelle notti ricoperte di stelle».

Mario Convertino, chiamato da tutti Convertino, fu proprio, dalla nascita, il grafico illustratore di copertine di dischi e lo fece anche con la collaborazione dello studio inglese Hipgnosis, portando avanti un’esperienza certamente proficua per entrambi. Sue le copertine di Branduardi (Cogli la prima mela, La pulce d’acqua), alcune di Lauzi, di Bongusto, di Rava. Inutile qui farne un lunghissimo elenco. Va detto invece che Paolo Giaccio, che ne conosceva l’opera e la straordinaria abilità grafica, fu il primo a convocarlo, nel 1981, in televisione. Volendo fare un programma con una veste differente e innovativa gli affidò la avveniristica lavagna grafica che era dotazione dello studio televisivo dove si sarebbe realizzato il programma di musica “Mr. Fantasy”, condotto da Carlo Massarini (per inciso, Mr. Fantasy era il titolo di una canzone dei Traffic). Il successo video-grafico fu notevole e Convertino rinnovò in seguito molti altri programmi dello Sport, come “90° minuto” o “La domenica sportiva” e non solo, partendo sempre, però da un idea grafica, da un disegno. Nella sua biografia c’è scritto giustamente che è stato il primo videographic italiano. L’ho incontrato in quegli anni, aveva una faccia spiritosa, non tanto alto, gli occhi acutissimi.

La luce di queste copertine si va spegnendo.
Però si sono spente, insieme a loro o prima, anche le riviste di fumetti, una ad una: «Il Male», «Corto Maltese», «Cuore», «Tango» de l’Unità, «Satyricon» di Repubblica, perfino il «Corriere dei Piccoli», mentre «Linus» continua eroicamente, e più o meno faticosamente, ad esistere e «Frigidaire» ha una frequenza molto saltuaria, quasi episodica. Come si riderà?
Italia senza humour?
Rimangono Giannelli, Altan, Ellekappa sui rispettivi quotidiani .
In conclusione però il talento di tutti questi signori così speciali non si spenderà più per il mondo della musica, per le sue vesti colorate e leggendarie e per altre copertine come queste. O come quelle che ci hanno seguito per decenni, quasi una storia a colori, e che verranno sepolte nei musei.
Diventerà, ahimé, un paleomondo, e meno male che c’è un museo a salvarle. A pensarci bene, poi, casa “disco-grafica”, non voleva forse anche dire grafica del disco?
Ce ne siamo accorti troppo tardi.

Mimma Gaspari

Matite di Vinile

Il percorso espositivo di questa mostra offre al visitatore la possibilità di gettare uno sguardo sul contribuito che disegnatori e illustratori hanno dato all’iconografia discografica delle produzioni di stampa italiana. Il discorso concentra la sua attenzione in particolare sull’attività dei fumettisti, a sottolineare da un lato l’importanza del fumetto nelle arti visive del XX° secolo e dall’altro la sua capacità di evolversi in altre forme grafiche, dal poster al cinema di animazione, fino, appunto, alle copertine dei dischi.
Le case discografiche, italiane ed internazionali, cominciarono ad avvertire la necessità di sviluppare il concetto di copertina illustrata per accompagnare il prodotto discografico nel momento in cui la tecnologia rese possibile la realizzazione del disco in vinile e non più in gommalacca, come succedeva per i vecchi 78 giri. Alla base di questa trasformazione della confezione che racchiudeva il disco c’era la necessità di ottenere un supporto in grado di contenere una maggiore quantità di musica registrata, ed era un’esigenza che proveniva in gran parte dal mondo della musica sinfonica ed operistica. Le opere liriche e le sinfonie, tanto per fare un esempio, erano messe in vendita in ingombranti confezioni di dieci, quindici, a volte venti 78 giri, racchiuse in album tanto eleganti quanto scomodi da consultare e lontani da quella continuità sonora che il pubblico degli ascoltatori avrebbe sicuramente gradito, a ricreare almeno in parte la magica atmosfera delle esecuzioni ascoltate nelle sale da concerto.
Gli studi scientifici tesi ad ottenere una maggiore capacità di immagazzinare informazioni sonore in un disco ebbero un notevole impulso nella seconda metà degli Anni Quaranta, quando le industrie discografiche avvertirono come imminente la palese concorrenza che poteva esercitare sul disco a 78 giri la registrazione su nastro magnetico, che permetteva una durata di riproduzione notevolmente superiore a quella del 78 giri, e con una notevolissima riduzione del fruscio di fondo. La scoperta che il vinile, un materiale termoplastico la cui definizione corretta è cloruro di polivinile, era in grado di assorbire un numero di solchi per centimetro triplicato rispetto a quanti ne poteva contenere la gommalacca (120 contro 40) e di consentire la rotazione di questo nuovo disco a microsolchi ad una velocità più bassa (33 giri e 1/3 al minuto al posto di 78) consentì di aumentare fino a 25 minuti per lato la durata della musica riproducibile.
Di conseguenza sarebbero aumentate le informazioni da fornire al pubblico su ciò che il disco conteneva, sia che si trattasse di un’opera, sia che si trattasse, a maggior ragione, di una serie di canzoni, che potevano variare da dieci a dodici, distribuite sui due lati del supporto. Per rendere più attraente merceologicamente il prodotto e per sfruttare al meglio il richiamo che il volto dei cantanti poteva esercitare sui loro ammiratori si cominciò a pensare ad una vera e propria copertina, alla stregua di quella dei libri. Sul lato esposto al pubblico nei negozi di dischi ci sarebbe stata una fotografia dell’interprete, mentre invece il retro avrebbe accolto informazioni più dettagliate sul contenuto del supporto. Si diffuse quindi immediatamente la consuetudine di realizzare in questo modo le copertine dei dischi, abbandonando definitivamente la tecnica della busta forata al centro, che consentiva la lettura dell’etichetta del disco sui due lati e che era illustrata soltanto dal marchio della casa produttrice e delle etichette ad essa collegate.
Ben presto si pensò che oltre alle immagini fotografiche potevano essere usate, per illustrare la copertina, le riproduzioni di disegni, acquerelli, chine, pastelli e si rese dunque necessaria la presenza di un grafico che controllasse ed organizzasse la distribuzione delle informazioni e delle immagini. Fu così che alcune grandi case discografiche, a fronte di una produzione cospicua ed esponenzialmente in crescita, si dotarono di un apposito reparto grafico che curasse tutta la produzione dell’azienda, dalle copertine alle immagini di corredo della pubblicità e della comunicazione. Fu l’occasione per molti giovani disegnatori di cimentarsi in una dimensione creativa del tutto nuova, con la possibilità di far arrivare le proprie produzioni ad un pubblico straordinariamente vasto e assolutamente trasversale. Alcuni di quei disegnatori sarebbero poi diventati autori di fumetti, ed è proprio a questo punto che parte la nostra indagine conoscitiva, perché è stato sicuramente Guido Crepax l’antesignano di questo nuovo ruolo; anche se naturalmente non fu il primo a produrre illustrazioni di grande qualità per le copertine dei dischi, e basti pensare alle straordinarie caricature di Renato Rascel create negli Anni Cinquanta da Paolo Garretto e Alberto Fedini. Ma Crepax incarna modernamente il suo ruolo di illustratore innanzitutto perché il suo ingresso nel mondo del fumetto avvenne sucessivamente alla sua esperienza di grafico e di disegnatore di copertine di dischi; e poi perché riuscì ad esprimersi compiutamente nei vari generi musicali, visto che la sua produzione, come abbiamo cercato di segnalare attraverso le scelte espositive, spaziò dalla canzone al jazz, dalle letture di versi e di prose alla musica strumentale. In più Crepax, e non sarà il solo, trasferisce direttamente sulle copertine dei dischi i tratti del suo personaggio più famoso e più riuscito, quello di Valentina Rosselli, in una sorta di intrigante gioco di rimandi tra le strisce del fumetto ed i solchi del disco.
E’ assodato che tra i fumettisti e la musica il rapporto è strettissimo, per loro stessa ammissione. Intanto perché è proprio la musica la compagna più fedele della solitudine creativa dell’artista di fronte al foglio bianco che si trasformerà in tavole popolate di personaggi e di storie; e poi perché il fumetto, come le canzoni, ha la capacità da un lato di sintetizzare in poche immagini ed in poche battute la lunga articolazione temporale di una storia e dall’altro di evocare con pochi tratti atmosfere, suggestioni, profumi e sensazioni al di là di quelle strettamente documentate dalle strisce. Di raggiungere cioè una meta-dimensione che ogni lettore crea per proprio uso e consumo, così come ogni ascoltatore accede per proprio conto a tutte le esperienze complementari che si aggiungono al semplice ascolto di una canzone.
Accanto alle firme illustri del fumetto italiano che si sono cimentate con le copertine dei dischi (da Guido Crepax ad Andrea Pazienza, da Tanino Liberatore a Milo Manara, da Jacovitti a Bonvi, da Pablo Echaurren a Hugo Pratt, da Alfredo Chiappori a Walter Molino, da Sergio Tofano a Riccardo Mannelli, da Staino ad Altan) troverete anche alcuni dei vignettisti più conosciuti, come Tullio Pericoli, Vincino, Giorgio Forattini, ed anche artisti che, come Bruno Bozzetto e Paul Campani, hanno saputo trasformare le strisce e le tavole del fumetto nei disegni animati dei cortometraggi pubblicitari o dei lungometraggi destinati alle sale cinematografiche. Ed artisti come Emanuele Luzzati, Paolo Garretto, Matteo Guarnaccia, Gianni Ronco, che nei diversi ambiti grafici in cui hanno lavorato hanno incontrato anche le copertine di dischi.
Abbiamo poi voluto dare spazio a due tra i grafici che maggiormente hanno lavorato con l’industria discografica e che non si sono limitati a gestire graficamente lo spazio ridotto del 45 giri o quello più esteso del 33 giri, ma hanno anche dato voce al loro talento di disegnatori al servizio della musica, e cioè Ferruccio Piludu e Mario Convertino. Il primo è stato responsabile di tutta la parte grafica delle copertine dei dischi della RCA Italiana per tutta la prima metà degli Anni Sessanta, ed ha strettamente legato il suo lavoro di disegnatore all’opera di Sergio Endrigo, per i quale ha realizzato le copertine di molti dischi. Il secondo è stato uno dei grandi protagonisti della grafica degli Anni Settanta ed Ottanta (anche se fu attivo nel settore discografico sin dagli Anni Sessanta), oltre ad aver sperimentato con successo nell’ambito della videografica televisiva, ed il suo eccellente lavoro è stato interrotto solo da una prematura scomparsa.
Le copertine esposte sono tutte di stampa italiana e fanno riferimento ad artisti italiani. L’unica eccezione è quella che riguarda Tanino Liberatore ed il suo lavoro per il disco di Frank Zappa The Man From Utopia, ma è un’eccezione che andava fatta perché documenta una delle realizzazioni più riuscite del percorso di Liberatore nell’ambito delle copertine di dischi. Molti degli album esposti testimoniano inoltre un periodo particolarmente florido per le case discografiche, che non lesinavano mezzi e confezionavano copertine apribili in due o tre ante, disegnate su entrambe i lati, spesso con le illustrazioni che continuavano anche nella busta interna che contiene il disco, con poster e fogli volanti allegati.
Infine abbiamo voluto segnalare quei cantanti e quei musicisti che hanno dato spazio alla loro vena creativa anche nel campo dell’immagine, realizzando disegni, tempere ed acquerelli con i quali hanno illustrato le copertine dei loro dischi, con un particolare rilievo riservato ad Augusto Daolio, cantante dei Nomadi, che in più di una occasione ha associato il suo lavoro di pittore e disegnatore alle copertine dei dischi del gruppo di cui faceva parte.
Abbiamo anche inserito nel percorso espositivo, e non soltanto nelle bacheche, le copertine di alcuni compact disc, a testimonianza del fatto che, nonostante le dimensioni ridotte (quasi un terzo rispetto al vecchio disco di vinile a 33 giri) gli artisti illustratori hanno accettato la sfida del nuovo formato, riuscendo a nobilitare anche questo tipo di supporto. La cui indubbia praticità si è rivelata un’arma a doppio taglio, visto che proprio la sua estrema facilità ad essere riprodotto sta portando la discografia verso un percorso angusto e apparentemente senza uscita, in fondo al quale potrebbe anche verificarsi la scomparsa definitiva del tradizionale disco (analogico o digitale) contenente musica e racchiuso in una confezione illustrata, sostituito da una semplice card con tutte le informazioni al suo interno.

Luciano Ceri

 

Matite di Vinile: Fumettisti, disegnatori e illustratori nella discografia italiana

a cura di
Roberto Catelli e Luciano Ceri

con la collaborazione di
Christian Calabrese, Francesco Coniglio e Franco Settimo

prodotto da
 

Roma – Sala Santa Rita
10 dicembre 2008 – 27 febbraio 2009

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